Occhi

Io e la ragazza ci sediamo nello stesso momento.

Ci guardiamo, lanciandoci un debole sorriso di convenienza.
Mentre cerco il blocco degli appunti nella sacca disastrata, lei fa scorrere la cerniera della borsa ed estrae un mini notebook.
Lo apre, in silenzio, e inizia a digitare ritmicamente sui tasti.
Non si scompone, rimane seduta tranquillamente, il cardigan stirato alla perfezione neanche si increspa. Io, nel frattempo, sono riuscita a trovare finalmente il blocchetto e addirittura La Penna, quella che ormai ha visto nascere tutti i miei scritti e che ormai credo contenga la mia vena poetica. Da una delle tasche dei jeans strappati recupero la molletta e tiro indietro il ciuffo ribelle di capelli: sono quasi pronta.

Il fruscio dei fogli mentre cerco uno spazio vuoto sembra infastidire la mia compagna, che mi lancia un’occhiata irritata dai suoi occhioni azzurri, nascosti dietro gli occhiali enormi che porta sulla punta del naso.

Sorrido, un sorriso di scusa, mentre lei sbuffa e si infila gli auricolari dell’Iphone, per poi dedicarsi di nuovo al suo lavoro. Io calco le mie cuffione e abbasso lo sguardo sul mio foglio bianco, in panico.

Che cosa ho stavolta da raccontare? Ragazzi che scappano, che realizzano la loro vita come vorrebbero, avventure fantasy al limite del nonsense.. Tutti questi temi li ho già affrontati in mille salse. Quello che mi serve ora è qualcosa di nuovo. Fosse facile. Temo sia quello che chiamano il “blocco dello scrittore:che gioia. Mentre sto per rinunciare, sposto l’attenzione sull’altra ragazza.

Lei alza gli occhi nello stesso momento. Ci studiamo a vicenda, i miei jeans larghi contro il suo vestitino stretto, la borsa stile Mary Poppins e il suo cofanetto Luis Vuitton, i capelli irregolari e rasati e la sua coda lunga, liscia e ordinata. Ma quello che più mi colpisce è l’indifferenza che leggo nei suoi occhi, al limite del fastidio. Mi guarda dall’alto, con sufficienza.

Sarebbe un soggetto interessante da analizzare. Magari in realtà è molto più vicina ai miei soliti protagonisti di quanto potrei esserlo io. Ha tutti i requisiti richiesti: vita presunta facile, di sicuro grazie al patrimonio di famiglia, molte aspettative sul suo futuro, la giusta quantità di noia. Non male.

Allungo la mano per prendere la bottiglietta d’acqua, lei fa lo stesso.
Beviamo lo stesso numero di sorsate, posiamo la bottiglia nello stesso momento.

Ci voltiamo entrambe verso la finestra, osserviamo il panorama, perse nei nostri pensieri. Nulla di quello che vedo mi ispira la giusta intuizione, o quella sbagliata. Nulla mi ispira nulla. Potrei descrivere il nulla, ma non mi sento in vena di filosofeggiare.
Pesco nella borsa il cellulare, il buon vecchio Samsung incredibilmente integro nonostante i voli che gli faccio fare quotidianamente. Lei consulta l’Iphone, laccatissimo e lucido. Nessuna delle due è cercata, oggi.

Torniamo a fissarci.

Cerco di concentrarmi. Di tenere da parte i miei soliti voli pindarici, di focalizzarmi su qualcosa di verosimile e concreto che possa convincere i miei capi in ufficio che il fantasy non è per bambini, come mi sono sentita accusare l’ultima volta. “Siamo una casa editrice seria, non pubblichiamo libruncoli per poppanti.” Far capire loro che il fantasy apre la mente, a prescindere dall’età del lettore,  e lascia un attimo di respiro alla quotidianità serietà presente e concreta. Persino la ragazza davanti a me, con un buon libro, potrebbe arrivare a rilassarsi, a commuoversi per la bellezza della fantasia, a sciogliere i capelli e non badare più tanto alla logica e alle regole.

Mi sorge però una domanda: come si fa? Prima ancora del “Perché?”. Come faccio a spegnere la fantasia, piegarla al mio ordinario e pretendere di scrivere qualcosa che comunque mi piaccia e interessi?

Disperata, faccio su un drum. Lei pesca dal pacchetto una sigaretta. Apro le vetrate colorate, lei scosta le tende broccate. Dal fumo del drum nasce un dragone, le ali spiegate nel cielo turchino, le fauci spalancate. Accanto a lui, la figura appena abbozzata di una domatrice, o un orso con un fucile. Inizio a fantasticare su che avventure potrebbero vivere, come potrebbe essere il loro mondo. Un soffio di vento li porta via, sformandoli e riformandoli finché non raggiungono il fumo della ragazza.
Una macchina, una battaglia, degli edifici colossali, grattacieli.
Non c’è verso, ovunque mi giri la fantasia stravolge tutto. E quello che vede la ragazza e che io vedo in lei, con me non c’entra niente.

Torno a sedermi, e così fa lei. Sfoglio qualche titolo a caso della pila di libri che ho accanto: ci sono tutti i grandi classici, da Manzoni agli storiografi latini, i realisti francesi dell’ ‘800, nella speranza che possa nascere così una vena più pragmatica e disincantata. Di fronte a me, la ragazza ne ha una di più fantasy e visionari: da Harry Potter al Tasso, scorgo qualcosa della Troisi, l’Iliade e i miti greci. Esattamente tutto quello che mi ispira e che so scrivere.
La ragazza di fronte a me sembra leggere il mio pensiero.
Rimaniamo un secondo con la mano sospesa.

Ci sorridiamo, e iniziamo a scrivere, frenetiche.

Rinuncio alle richieste di attenermi al vero e volo via, con l’immaginazione sono tutto ciò che voglio, come voglio, ovunque voglio, in qualsiasi realtà. La mia vita è extra-ordinaria, nel senso proprio del termine. Le parole corrono, riempiono le righe, come se ci fosse un ponte diretto tra mente e foglio. La mano mi fa male.

Nel frattempo, fuori si è fatto buio. In un attimo di pausa avevo acceso la lampada. La ragazza fronte a me sembra pallida, ma soddisfatta. Ha finito, e ho finito anche io.

Rileggo tutto, ed è perfetto. Anzi, assolutamente imperfetto. Come è giusto che sia. E a chi mi chiederà perché non so attenermi al mondo reale, risponderò semplicemente che il mondo reale non fa per me.

Io e la ragazza ci alziamo contemporaneamente. Spengo la luce, la camera e il mio alter ego nello specchio svaniscono, assorbiti dalla notte.

Mi stendo sul letto, il buio invade la mia mente e mi addormento.

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Il bipensiero leghista

Durante i giorni che verranno presto ricordati come, “i giorni dell’orgoglio padano”, ho riflettuto a lungo sugli eventi di cronaca che vedono la politica italiana ancora una volta alle strette di una morsa che le toglie sempre maggiore credibilità.

E’ da più di una settimana che seguo tutta la faccenda, e, ancora una volta, mi sono reso conto dell’incapacità dell’informazione italiana di semplificare i dati che trasmette. 

Navigando sul web è infatti parecchio difficile riuscire a trovare la radice dello scandalo che ha coinvolto la Lega a tal punto da farle perdere un consenso dei voti che andava dall’8% alle ultime elezioni politiche fino al 6,6% di oggi (dati del Corriere della Sera http://www.corriere.it/politica/12_aprile_15/emorragia-di-voti-per-la-lega-renato-mannheimer_2af4a14a-86c7-11e1-9381-31bd76a34bd1.shtml ). 

Proprio per questo motivo lo scopo di questo articolo vuole essere duplice: 

  • dare le linee guida per riuscire a interpretare il fatto di cronaca
  • far riflettere su alcune anomalie del sistema 

Cercherò di essere il più schematico possibile per ragioni di spazio e perchè non voglio annoiare eccessivamente i lettori, ma un po’ di informazioni sono necessarie: 

soggetti: Umberto Bossi e familiari; Rosy Mauro; Roberto Calderoli

oggetto :distrazioni dei fondi della Lega Nord (i così detti “rimborsi elettorali”, dei quali si dovrebbe anche discutere dato che con un referendum del 1993 abbiamo votato per l’abrogazione della norma che prevedeva il finanziamento pubblico ai partiti)

causa: informazioni che trapelano dai documenti sui conti riconducibili all’ex tesoriere Francesco Belsito, indagato per appropriazione indebita e truffa 

Tuttavia scavando più a fondo sul web ho scoperto che sono venuti alla luce nuovi possibili scenari, infatti si stanno occupando della faccenda ben tre procure: 

  1. Milano: per l’aspetto legato ai finanziamenti e presunte distrazioni di fondi dalla Lega
  2. Napoli. Tiene nel registro degli indagati Francesco Belsito per l’ipotesi di riciclaggio cercando di approfondire il filone
  3. Reggio Calabria: mantiene l’ambito investigativo collegato alle possibili connection con le cosche della ‘ndrangheta 

A fronte di tali informazioni mi sarei aspettato ben altre reazioni da parte dei militanti della Lega, piuttosto che l’istituzione del “giorno dell’orgoglio padano”. Con quale coraggio, mi chiedo, è possibile scendere ancora in piazza, fregiandosi di essere leghisti, per chiedere pulizia a capi di partito che sono indagati, come abbiamo visto, non solo, per aver rubato soldi nelle tasche del partito stesso, ma anche per eventuali contatti con la ‘ndragheta, riciclaggio e chissà cos’altro? 

Nonostante la sonora lezione impartita al nostro Bel Paese dal Fascismo prima e dal Berlusconismo poi, ho sentito ancora, mio malgrado, affermare da alcuni leghisti che Umberto Bossi è perfino un brav’uomo e che non avrebbe mai messo le mani nelle casse del suo partito per fini personali: di fronte all’evidenza la negazione più assoluta. 

Un tale livello di bipensiero che nemmeno in 1984 di Orwell. Sembra di leggere ancora oggi sulle pagine dei giornali che: “La guerra è pace. La libertà è schiavitù. L’ignoranza è forza”. 

FONTI http://milano.repubblica.it/cronaca/2012/04/12/news/lega_la_finanza_nella_banca_per_i_conti_del_caso_tanzania-33174619/?ref=HRER3-1

http://www.ilvelino.it/AGV/News/articolo.php?idArticolo=1568812&t=Lega__indagine_complessa__vertice_tra_procure_rinviato

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Il nuovo orgoglio tedesco

Personalmente mi ha sempre affascinato la storia della Germania e del popolo tedesco, una storia fatta di grandezza, di  grande potere e influenza, ma anche di brucianti sconfitte, di guerre, di morti e di umiliazioni. Pensateci bene,pensate che un qualsiasi altro popolo, oltre a quello tedesco, sarebbe stato in grado di rialzarsi dopo ben due sconfitte nelle guerre mondiali e oltre quarant’anni di divisione interna, passando per il nazismo?

Eppure dopo tutto questo, si può comodamente affermare che ora la Germania sia il paese-chiave del Vecchio Continente, il suo traino, la nazione in cui si decide ciò che è buono e bello per esso.

Ma perchè proprio la Germania ha assunto questo ruolo di pressochè innegabile leadership nella nostra bella Europa? Oltre al sottoscritto, se lo è chiesto anche Stefano Vastano, che dalle pagine dell’Espresso del 5 Aprile, ha cercato di risalire a quelle che possono essere le cause di questa “marcia in più” tedesca. Secondo l’autore dell’articolo, il segreto della Germania sta nell’aver recuperato la propria identità e nel non vergognarsi più del proprio passato.

Ragioniamo ora su questi piani paralleli, ma tra loro indissolubilmente intrecciati e cerchiamo di capire quali possono essere i meriti di queste due conquiste.Secondo il parere di autorevoli storici,filosofi e intellettuali tedeschi, come Diner,Safranski e Sturmer, la Germania sta riscoprendo quelle che sono state le virtù cardinali della Prussia: Ordine,Disciplina e Parsimonia. Le ragioni di questo ritorno ai valori del passato prussiano si possono ridurre a un denominatore comune: in seguito alla riunificazione e allo spostamento della capitale a Berlino la Germania ha cambiato baricentro e volto. Il passaggio dall’occidentale Bonn,cattolica, rivolta al Mediterraneo e alla Francia in particolare, all’orientale Berlino, città protestante, prussiana appunto, ha segnato la nascita di un nuovo orgoglio tedesco, di una nuova identità. E di questa identità pare che i tedeschi non abbiano più timore, ma che anzi ne rivendichino sempre più l’autenticità e il valore.

A testimoniarlo vi è una serie di iniziative in escalation che in Germania hanno senza alcun dubbio lasciato il segno. Basti pensare alle mostre a ad altre numerose iniziative culturali dedicate al 300° anniversario della nascita del sovrano di Prussia, Federico il Grande, colui che pose le fondamenta di quello stato centralizzato e militarizzato che dal 1871 al 1918 era conosciuto come Secondo Reich.

Dan Diner, che insegna all’Università di Lipsia, afferma che i tedeschi pensano ormai di essere un popolo come tutti gli altri, un popolo che ha un’ identità collettiva. E per avere un’identità collettiva occorre essere delle vittime. Lo sono anche i tedeschi? Secondo Diner sì. A testimoniarlo ecco l’ondata di libri e film che hanno inondato il pease negli ultimi anni. Basti pensare a “La Caduta“, un film del 2004 che ha presentato un Hitler cattivo, sicuramente, ma soprattutto con i tedeschi o alla fiction televisiva “Dresden”, che ha rappresentato il bombardamento e la distruzione della città sull’Elba da parte degli alleati. La tv tedesca ha insomma fatto rivivere le pene del popolo tedesco e si è ricominciato a parlare anche delle violenze perpetrate dai soldati sovietici alla fine della guerra.Che siano questi tentativi di recuperare un pò di orgoglio nazionale, di non vergognarsi più della propria Storia o perlomeno di non ridurla ai soli dodici anni di nazismo?

Ma riprendiamo ora l’intreccio con il problema identitario, al discorso sulle radici prussiane. Dice Diner:” la Prussia non rappresenta nè un territorio nè un’etnia, ma bensì un codice di valori, codificati da Max Weber nei suoi scritti sul capitalismo e sull’etica del protestantesimo“. E’ stato dunque il codice culturale radicatosi in Prussia del protestantisimo, la sua etica, il suo messaggio , un forte elemento propulsore di cementificazione dell’identità collettiva tedesca? Pare di sì, o è soltanto un capriccio della Storia che l’attuale Presidente della Repubblica Gauck sia un pastore luterano e che la cancelliera Merkel sia figlia di un sacerdote protestante? E sarà un caso che ambedue provengono dall’ex Ddr, ovvero dalla Prussia?

Passiamo ora a approfondire cosa sia questo codice culturale, questo insieme di valori prima prussiani e protestanti, ora tedeschi. Ce lo spiega lo storico Paul Nolte, storico e consigliere fidato della cancelliera. Egli declina le tre virtù prussiane di cui abbiamo parlato all’inizio dell’articolo.

Ordine significa cura dell’ambiente, rispetto della società e dell’autorità statale. Disciplina significa strenua dedizione al lavoro. Parsimonia non necessità spiegazioni, ma Nolte introduce un terzo valore, quello della Fortuna. Ci vogliono infatti particolari e favorevoli circostanze storiche per aver successo. E così, in nome dell’etica protestante nasce quella Germania, con al centro Berlino, che non si vergogna più del proprio passato e dove si può persino essere patrioti.

Francesco

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La bellezza della Torre Velasca è il suo significato

La notizia: “La versione web del Daily Telegraph del 3 Aprile 2012 inserisce il palazzo progettato dello studio BBPR tra i ventuno edifici più brutti del mondo”

In questo articolo vorrei dimostrare che la critica mossa dall’autore del suddetto articolo è dovuta ad un errore di interpretazione, che, a quanto pare, ha dimenticato di considerare alcuni aspetti che rendono la Torre Velasca un emblema della modernità italiana e soprattutto manifesto di una nuova sensibilità nell’architettura mondiale: il rapporto con la MEMORIA e la CITTA’.

Non sono mai stato particolarmente patriottico, ma quando leggo tali considerazioni superficiali non posso esimermi dal rilevare come l’architettura italiana sia di indiscutibile qualità. Per questo motivo lo scopo di questo è articolo non è solo informare, ma cercar di far capire l’importanza ai lettori, di uno dei MONUMENTI della città di Milano: una delle IMMAGINI che ne hanno caratterizzato la rinascita nel periodo del boom economico.

Negli anni del dopoguerra l’Europa, l’Italia ed in particolar modo Milano si interrogavano sul nuovo tema della ricostruzione delle città bombardate, quindi gli architetti di allora si vedevano divisi tra:

  • il popolo: che chiedeva una ricostruzione “com’era e dov’era” di ogni edificio
  • la disciplina: che chiedeva innovazione linguistica
  • le Pubbliche amministrazioni: che esigevano grandi complessi abitativi di notevole impatto urbanistico per dare alloggi a tutti coloro che ne avevano la necessità in quegli anni

Occorreva evidentemente un intervento che ponesse un pò d’ordine e in fretta!

E’ stato proprio in questo contesto che gli architetti italiani degli anni ’50 hanno cominciato a formulare nuovi pensieri sull’architettura e sul suo rapporto con la MEMORIA.

Prima della guerra gli architetti si limitavano a ritenere che i fondamenti specifici della propria disciplina trovassero luogo nella forma e nell’astrazione, dopo la guerra invece, grazie a intellettuali e professionisti quali E.N. Rogers, Aldo Rossi, Vittorio Gregotti, Giorgio Grassi e molti altri, si cerca un rapporto mancante con la Città, intesa come realtà con cui il progetto deve saper interagire.

Le qualità architettoniche della Torre Velasca, sono molteplici e purtroppo per i BBPR (i progettisti dell’opera) non sono nemmeno esperibili ai più, ma ora proverò ad elencarne alcune:

SUOLO: la torre grazie ad un volume parallelepipedo basso e sviluppato in orizzontale, supplisce al bisogno dei “grattacieli” di relazionarsi con la città, (una qualità che per la prima volta negli stati uniti si vede poco prima della costruzione della Velasca, con il Lever Bld. di Skidmore, Owings & Merrill)

CORPO DI FABBRICA: è chiaro nelle intenzioni, suddividere in due parti l’articolazione funzionale, l’edificio per uffici e l’edificio per le abitazioni che nella maggiorparte dei casi sono dei lussuosi quadrilocali.

STRUTTURA: a sostenere il volume superiore sono i caratteristici “puntoni” frutto di una vera e propria sperimentazione tecnica degli ingegneri italiani che allora facevano scuola in tutto il mondo per le strutture in calcestruzzo armato, inoltre lo scheletro dell’edificio decide di mostrarsi e portarsi in facciata, scandendone gli assi compositivi di riferimento e rivelandone il materiale e le geometria (un pò come succede nelle chiese gotiche)

COMPOSIZIONE: è una tra le più paradigmatiche composizioni di facciata degli anni ’50, infatti le finestre mantengono degli assi, ma i moduli si alternano cercando un dinamismo  che se non ci fosse stato avrebbe reso troppo statico l’edificio

MATERIA: l’edificio è in calcestruzzo armato, ma l’aggiunta di aggregati di colore (arancione-rosso) all’impasto cementizio evita l’impatto del cemento grigio a favore di un conglomerato cementizio cromaticamente più consono ad un contesto che preferisce spesso e volentieri i materiali ceramici ai materiali più moderni come vetro ed acciaio

In poche parole l’edificio è un emblematica sintesi tra Tradizione e Innovazione, principi che guidano le scelte tecniche, compositive e funzionali, al fine di creare un’architettura che sia la soluzione per le problematiche del contesto prima esposto!

Si rileva inoltre che rispetto agli edifici dell’epoca, come il grattacielo Pirelli, la Torre Velasca ricopre un ruolo nettamente più decisivo per la cultura architettonica del tempo,  in quanto per la prima volta si pone un interrogativo sul rapporto tra città e ricostruzione, tale opinione andrebbe ulteriormente discussa e approfondita, ma per ragioni di spazio rischierei di uscire fuori tema.

Vorrei concludere dimostrando che chi sostiene l’esistenza di un eventuale richiamo dei BBPR alla figura del “fungo”, ovvero della “torre medioevale” dimentica che,  il volume superiore dell’edificio è più ampio semplicemente perchè la funzione degli ambienti abitativi richiede maggiore spazio e la sapienza degli architetti è stata quella di aver saputo tradurre un esigenza funzionale in occasione estetica, con quel grande aggetto sostenuto dai puntoni, diventata appunto la peculiarità dell’opera.

Com’è possibile che all’interno del panorama architettonico italiano ci sia ancora qualcuno che si limiti a fornire un’interpretazione così superficiale riguardante la bellezza di un edificio senza prendere in considerazione le sue qualità più significative e progressiste?

Leonardo

fonte: http://milano.corriere.it/milano/notizie/cronaca/12_aprile_3/torre-velasca-brutta-parere-architetti-milanesi-sgarbi-boeri-daverio-2003934701378.shtml?fr=correlati

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Le vere ragioni della crisi

Oggi vorrei cimentarmi in qualcosa di nuovo. Durante gli studi chi si iscrive al corso di laurea in Giurisprudenza deve affrontare tematiche che esulano dal piano prettamente tecnico-giuridico per incontrare discipline come: l’economia, la filosofia del diritto e l’informatica. 

Quest’anno ho deciso di seguire un corso dal titolo “Diritto delle banche e della borsa”. Premetto che non sono un economista e non voglio nemmeno spacciarmi per tale, ma ritengo che ogni buon cittadino dovrebbe sapere le motivazioni che hanno portato ai provvedimenti “lacrime e sangue” del nostro Presidente del Consiglio e, a buon ragione, chiedersi che cosa può fare il singolo per trovare una soluzione a quella che è stata definita “la più grande crisi dalla caduta di wall street”. 

Proprio per questo motivo l’Università Statale di Milano ha attivato un ciclo di conferenze sulla crisi economica con varie possibili soluzioni.

 Le ragioni “tecniche” della crisi

Ma partiamo dall’inizio. Questo articolo muove da un’analisi dell’origine della crisi economica dal punto di vista dell’illustre docente Francesco Denozza per poi arrivare a trattare di una delle possibili soluzioni fornite da Francois Morin al fine di illustrare la situazione globale per trarre delle osservazioni personali sul fenomeno.

La crisi economica non è un fenomeno naturale”, essa deriva infatti dallo scoordinamento di fattori che erano sottoposti al controllo umano. Il sistema bancario svolge fondamentalmente due funzioni:

  •  raccolta del risparmio
  • erogazione del credito

Per svolgere tali funzioni la Banca si rivolge a piccoli e grandi risparmiatori e reinveste tali risorse in attività produttive per trasformare la maturità del credito (cioè erogare credito in maniera superiore al credito che riceve). In un sistema di concorrenza perfetta la Banca si fa portavoce di due tipi di interessi:

  1. propri (lucro)

  2. sociali (esso permette ai clienti di avviare attività, aumentare il proprio benessere, fare investimenti etc… mediante il ricorso a prestiti)

Proprio per questa funzione sociale il legislatore si preoccupa di attuare una perfetta coincidenza di interessi, permettendo al piccolo risparmiatore di avere tutte le informazioni necessarie per poter usufruire del servizio.

Gli elementi di debolezza di tale sistema sono di origine:

  •  strutturale (asimmetria temporale tra raccolta e impiego del risparmio)
  • imparzialità della banca nell’erogazione del credito

  • economica → gli interventi della Banca stessa in un determinato settore implica un maggiore interesse della stessa

Fondamentalmente la crisi finanziaria è stata originata dallo strumento della cartolarizzazione del credito che ha permesso alle Banche di “spostare” il proprio credito su società create allo scopo di rivenderlo per avere liquidità monetaria.

Mi spiego con un esempio: Giovanni decide di accendere un mutuo per comprarsi una casa, si rivolge alla Banca X la quale fornisce il denaro contante a Giovanni. In seguito la Banca decide di rivendere tale credito alla società Y che a sua volta lo esternalizza agli investitori Z che riceveranno un interesse una volta che il debito sarà saldato.

Il problema strutturale di questa operazione sta nell’impossibilità, a causa dei numerosi passaggi, di Z di verificare l’attendibilità del prodotto acquistato: in sostanza Z compra un credito che non sa né da dove provenga né se sarà mai saldato. Tale situazione produce una mancanza di informazioni che genera a sua volta una mancanza di fiducia nel sistema bancario.

Per ragioni di spazio non è mio interesse entrare nello specifico per cui mi fermo qui. Ovviamente la crisi finanziaria è stata originata da diversi fattori, tuttavia non è mio interesse trattare dell’argomento in modo esaustivo, bensì dare ai lettori alcune chiavi di lettura per comprendere tale fenomeno estremamente complicato.

Un mondo senza Wall street

Frequentando l’Università lo studente medio viene ricoperto da volantini che pubblicizzano mostre, conferenze, incontri, seminari: insomma chi più ne ha più ne metta. Proprio in tale occasione mi è capitato tra le mani un volantino dal titolo accattivante “Un mondo senza Wall street” per cui ho deciso di partecipare alla conferenza tenuta dal docente Francois Morin.

L’illustre professore dopo averci fornito di un quadro sintetico delle ragioni della crisi ha parlato del suo libro (per l’appunto “Un mondo senza Wall Street”) nel quale ha espresso l’idea di un’economia che deve essere politica in quanto l’economia pura ha portato al disastro globale.

Egli inoltre ipotizza un mondo in cui circola una moneta globale intesa come bene comune dell’umanità. Essa è infatti uno strumento utile per effettuare transazioni commerciali, ma è impensabile pensare che da sola possa generare un profitto.

La nostra economia è infatti largamente influenzata dall’idea che la semplice detenzione della moneta possa produrre, tramite tassi d’interesse, un profitto per il soggetto che la detiene. Pensandoci un attimo tale situazione ingenera un paradosso: com’è possibile che senza produrre nulla un soggetto riesca a guadagnare?

Conclusioni

L’obiettivo per cui ho deciso di scrivere questo articolo è molto semplice. Non avevo intenzione di informarvi di un fenomeno (sono sicuro che altri sarebbero molto più bravi di me nel farlo) né di proporre soluzioni concrete, ma semplicemente invogliarvi a leggere, a informarvi e soprattutto a cimentarvi in campi che esulano dalla vostra preparazione accademica. Quindi, per citare un articolo di Oliviero Diliberto, giornalista che scrive per il Fatto Quotidiano: “L’ignoranza è recessione” (http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/02/18/l%E2%80%99ignoranza-recessione/192232/ ) . Sarà impossibile trovare una soluzione alla crisi fino a quando le permetteremo di espandersi, come un cancro, in ogni campo, fino a penetrare nel nostro intimo.

La vera crisi è dentro ogni ragazzo che decide di non andare a votare, dentro ogni uomo che non legge i quotidiani, dentro ogni anziano che rimane legato a ideologie anacronistiche e non riesce a stare a passo con i tempi.

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Salto nel vuoto

L’aria infuocata del pomeriggio estivo scottava le guance del ragazzo.
Si riscosse, lasciando spaziare lo sguardo sul panorama, per tornare a perdersi nei suoi pensieri.
La famiglia alla deriva, la scuola messa sempre peggio, il licenziamento dal lavoro, il gruppo sciolto, nulla di quello che faceva stava andando bene in un qualche modo. Nulla.
Senza contare Melanie che aveva iniziato con le sue solite stronzate “Non sei quello giusto, mi sento oppressa da te, dal tuo modo di fare. Sei ossessivo!”
Solo perché le chiedeva di informarlo su cosa facesse quando non erano insieme. Era normale. No?

Semplicemente, non lo capivano.
Non capivano di cosa avesse bisogno, cosa gli piacesse fare, cosa lo faceva star bene.
Spesso le tre cose coincidevano.
Aveva bisogno che lo lasciassero in pace, da solo, così da avere il tempo per organizzarsi, scegliere l’opzione migliore, di progettare ogni singolo dettaglio.
E invece tutti se ne uscivano sempre all’ultimo con una nuova idea, una nuova proposta, sconvolgendo tutti i suoi piani e rimettendolo in discussione.
Il tutto per cosa? Per arrivare a 17 anni e nessuna idea su cosa fare delle sua vita.
Voleva andarsene, ma lo spaventavano gli imprevisti.
Voleva conoscere gente nuova, ma gli sarebbero mancati i suoi amici, per quanto ottusi fossero.
Voleva lasciare quella piattola di Melanie, ma era terrorizzato dalla solitudine.
Voleva cambiare mondo e cambiare il mondo, ma aveva paura della sconfitta.

Deluso e quasi schifato da se stesso, si sporse un altro po’ dal parapetto.
Il fiume sotto di lui scintillava, minaccioso e invitante. Sulla riva, una folla di gente guardava verso l’alto, verso di lui, incapace di distogliere lo sguardo. Aveva preso una decisione, era lì.
Non poteva deluderli.
The show must go on.
Prese un respiro profondo, mandò un bacio al sole, e saltò.
Non appena perse il contatto col suolo, tutti i suoi pensieri si annullarono.
C’era solo il suo corpo, libero nell’aria, senza il peso di quegli odiati chili di troppo, il vuoto attorno a lui, la brezza fresca che raffreddava la pelle arsa mentre il giovane precipitava.
Per quei pochi minuti, mentre tutti i problemi si dissolvevano, gli vennero in mente tutte le cose che meritavano una vita.
Il suo futuro da solista, una quotidianità che andava ripulita e regolata sulle sue frequenze.
Era possibile, era fattibile.
Non aveva nulla da perdere, se non quello che lo aveva portato fin lì.
Un sospiro gli si fermò in gola.
Forse la vita valeva la pena di esser vissuta, in fondo. Fino in fondo.

Non appena sfiorò l’acqua, la corda si tese.
L’impatto gli mozzò il fiato, mentre l’imbragatura gli segava le spalle.
Si ritrovò a volare nuovamente, verso l’alto, tra le grida esultanti della folla.
Giunto al culmine, la corda elastica schioccò.
Fece un cenno ai suoi compagni di squadra, che lo recuperarono dopo qualche sballottamento.
Una volta tornato con i piedi sul ponte, si sentì un ragazzo nuovo.
Salutò in fretta e corse fino a casa.
Aveva una vita da riordinare. Iniziava quel giorno e non ci sarebbe più stato ritorno.

L’idea di questo pezzo mi è venuta questa mattina andando a scuola. Ho pensato a quante volte mi guardo intorno e non sono soddisfatta di ciò che vedo, ma non faccio niente per migliorare qualcosa. Piccoli dettagli o particolari che però guastano e l’umore e che devono esser sanati da subito.
Certo, è più facile far passare tutto, far finta di niente, come se tutto seguisse il suo corso ordinario. Il fatto è che poi i problemi e gli scontenti si accumulano e incombono come mostri sulla nostra mente.
Al che, le risposte non possono che essere radicali: chi riesce, fugge e prova a ricominciare da un’altra parte; chi non riesce, soccombe. Molto più difficile è dare il giusto peso al momento a un evento e correggerlo fin da subito.
Mi è poi venuto spontaneo pensare a quanta gente, giovane o meno, arrivati a un punto di stress davvero elevato, prende e molla tutto. Credo che in realtà basti fare qualcosa che ci piaccia, che ci dia quell’attimo di respiro per ritrovare le forze e tornare a combattere. Come il bungee jumping per questo ragazzo. Prendersi cura di se stessi per un giorno.
E voi? Cosa avete fatto oggi per voi stessi?

Giulia

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Governo tecnico: strategie e provvedimenti

Con l’articolo di oggi intendo proseguire il racconto che più mi sta a cuore; la storia che tratta del nostro Paese e della lenta e inesorabile perdita di sovranità che, cito l’art. 1 della nostra Costituzione (per chi , e spero siano sempre meno, non lo ricorda):

L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.

Al primo anno della facoltà di Giurisprudenza si affrontano le due materie basilari che poi si incontreranno durante tutto il piano di studi: Diritto Privato e Diritto Costituzionale. Ho ancora alcuni cari ricordi della prima lezione di Diritto Costituzionale tenuta dalla docente Lorenza Violini, la quale, prendendo in mano la nostra Costituzione, ha sottolineato l’importanza delle parole: sovranità, lavoro, popolo.

Oggi ho comprato il Corriere della Sera e, cominciando a sfogliarlo, sono rimasto colpito da alcuni articoli che ho trovato strettamente correlati tra loro e dai quali ho tratto spunto per la mia opinio.

A pagina 6 la giornalista Monica Guerzoni tratta del tour in Asia del Presidente del Consiglio Mario Monti il quale enuncia l’obiettivo del “road show”, come lui stesso ha definito questo viaggio. Il nostro premier intende compiere due operazioni:

  1. vendere il “prodotto” Italia, in modo da attirare investitori esteri
  2. far capire che “l’Italia non è un problema per l’Europa, anzi può essere la soluzione dei problemi”

La prima impressione che mi sono fatto al riguardo è stata positiva: il Governo sta agendo bene.

Purtroppo però alla pagina successiva leggo “Avanti così e il governo va in crisi” (articolo di Lorenzo Fuccaro).

In questo articolo si ritrova la questione più attuale e calda del nostro Paese: la riforma del lavoro, che ho trattato nello scorso articolo. La novità che si rileva è la mancata adozione da parte del Governo del decreto legge in cambio di una, più democratica, legge delega che, a differenza del decreto permette al Parlamento una modifica del testo normativo.

A questo punto però ritroviamo le solite, vecchie parti. In sintesi:

  • Ferdinando Casini, leader dell’UDC, ritiene che “Se continua così prima o poi il Governo entra in crisi e sarebbe un atto di irresponsabilità allo stato puro”
  • Angelino Alfano, segretario del PDL, teme che sotto la spinta di CGIL e PD la riforma finisca per essere annacquata sul lato dell’art.18
  • Susanna Camusso, segretaria generale della CGIL, afferma “la partita non è chiusa: la mia previsione è che continuerà un movimento molto serio che premerà sul Parlamento affinchè cambi”

In sostanza rimangono tutte e tre legate alle loro posizioni. L’accordo sembra ancora più lontano.

La mia opinione a questo punto comincia a vacillare e mi chiedo: il premier sta forse vendendo all’estero un prodotto scadente? Ma se io fossi un investitore straniero, magari con i natali in Italia, investirei nel nostro Paese? E mi rispondo che in democrazia è difficile far andare tutti d’accordo: è più che normale.

A questo punto volto pagina e leggo l’articolo di cui vorrei parlare oggi in questa sede e che mi ha fatto letteralmente cadere le braccia:

“Sanità, Province e pubblico Impiego: La guida ai tagli mai applicati”

L’articolo di Sergio Rizzo a pagina 11 tratta di argomenti che, a più riprese, tornano sempre sui nostri quotidiani: i tagli alla spesa pubblica, l’aumento delle tasse e l’efficienza della Pubblica Amministrazione con cifre e numeri che, se attendibili, rendono l’immagine del nostro Paese tutt’altro che vendibile all’estero.

Altre tasse, dopo l’inasprimento delle aliquote massime dell’Irpef, l’incremento delle addizionali locali, la reintroduzione dell’imposta sugli immobili, il rincaro delle accise sulla benzina e un primo aumento dell’Iva

L’inizio dell’articolo è tutt’altro che rassicurante.

Eppure mi sembrava di aver letto (http://www.rivistafiscaleweb.com/2012/02/evasione-fiscale-task-force-di-monti.html) che era intenzione del nostro Presidente del Consiglio diminuire la pressione fiscale sui contribuenti grazie ai proventi derivati dai vari blitz effettuati a Cortina e Napoli (http://www.ilmattino.it/articolo.php?id=181529&sez=NAPOLI).

Evidentemente mi sono sbagliato.

Continuando con la lettura dell’articolo apprendo che la situazione è ancora più grave di quella che immaginavo:

[…] il Presidente della Corte dei Conti, Luigi Giampaolino, ha confermato le previsioni del governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco, pronosticando per la pressione fiscale il rapido superamento della soglia del 45%. Saremo i più tassati d’Europa dopo danesi, belgi e svedesi, però con un livbello dei servizi decisamente inferiore […]”

Seguono una serie di dati che riassumo qui sotto:

  • la macchina pubblica utilizza 800 miliardi l’anno
  • 200 miliardi l’anno in mano alle Regioni
  • 15 miliardi l’anno per le Province
  • 2000-2008 la spesa per le retribuzioni lorde dei dipendenti pubblici è lievitata del 40% oltre al fatto che il numero dei dipendenti pubblici è ancora salito del 2,5% a causa delle assunzioni a tempo determinato

Leggendo l’articolo seguente a pagina 13 apprendo anche che l’italiano medio, a fronte di un reddito di 1200 euro lordi al mese, si vedrà trattenuti ulteriori 51 euro in un anno, a partire dallo stipendio di marzo, e, se il Comune ha già stabilito l’aumento dell’Irpef comunale, la trattenuta potrà arrivare fino a 98 euro (sempre annui).

Detto questo vorrei ricordare al Governo tecnico non solo che la sovranità appartiene al popolo, ma anche che, finito il suo mandato, nonostante non sia stato eletto dagli italiani, dovrà comunque rendere conto a loro, cioè a noi, del suo operato.

Alessandro

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