Massoneria ieri, Massoneria oggi, un problema italiano.

Navigando qua e là in rete, mi sono imbattuto in un articolo interessante, pubblicato sul Secolo XIX di oggi, dal titolo:”Massoneria, boom di nuove iscrizioni“.

Il testo in questione ha catturato il mio interesse per tutta una serie di motivi:

  • Cos’è questa misteriosa Massoneria?
  • Di che cosa si occupa?
  • Che potere e influenza ha questa grande organizzazione, con ramificazioni in moltissimi paesi occidentali?

Per deformazione professionale, la prima cosa che ho voluto fare è ricercarne la storia, focalizzare cosa sia, come e perchè sia nata e si sia sviluppata e quali forme ha assunto. Ergo, partiamo dal principio.

Storia della Massoneria

La Massoneria è un’associazione segreta che trae il suo nome dalle corporazioni medievali dei “liberi muratori“, i cui membri erano tenuti all’aiuto reciproco e alla conservazione dei segreti del mestiere. Nel corso dei secoli, con il decadere delle corporazioni artigiane, queste associazioni assunsero un carattere esoterico, allargandosi anche a membri estranei all’arte muratoria.

Finchè, all’inizio del ‘700, l’associazione perse definitivamente il suo carattere di organizzazione di mestiere, pur conservandone il linguaggio, la simbologia e le strutture organizzative, in primis la divisione in “logge” facenti capo a un “Gran maestro“. Nata in Inghilterra e diffusasi presto in tutta Europa e nel Nord America, la “nuova” Massoneria si ispirava a una filosofia deista (Dio era chiamato il grande architetto dell’universo), faceva propri gli ideali illuministi e si dichiarava anticlericale. Legate direttamente o indirettamente alla massoneria erano molte delle società segrete, come la Carboneria, impegnate nelle agitazioni nazionali e costituzionali dell’età della Restaurazione.

Nella seconda metà del XIX secolo divenne un vero e proprio contraltare della Chiesa di Roma e un luogo di incontro e raccordo tra gruppi politici di orientamento democratico e anticlericale.

I risvolti moderni: le critiche

Tra ‘800 e ‘900 fu oggetto di critiche e attacchi sempre più frequenti, non solo dai tradizionali avversari cattolici, ma anche da uomini politici e intellettuali di diverse tendenze, che vedevano in essa un centro di potere occulto.

In effetti, nel corso del XX secolo, la Massoneria ha finito col perdere buona parte della sua caratterizzazione ideologica per frammentarsi in una serie di gruppi di interesse legati a specifiche situazioni di singoli paesi.

Il caso italiano

Significativo a questo proposito è il caso dell’Italia e del famoso “scandalo della P2”. La P2 è stata una Loggia storica del Grande Oriente d’Italia, fondata nel 1877 col nome di “Propaganda massonica”. La sua caratteristica principale era quella di garantire un’adeguata copertura e segretezza agli iniziati di maggior importanza, sia all’interno che al di fuori dell’organizzazione. Per tale motivo la loggia, ribattezzata “Propaganda due” nel secondo dopoguerra (da qui: “P2”), fu sempre alle dipendenze dirette del Gran maestro del GOI sino all’avvento di Licio Gelli. La circostanza che, nel periodo della maestranza, Gelli fosse riuscito a riunire in segreto almeno un migliaio di personalità di primo piano(tra cui il futuro premier Silvio Berlusconi) principalmente della politica e dell’Amministrazione dello Stato, e la pubblicazione del suo programma sovversivo dell’assetto socio-politico-istituzionale, suscitò uno dei più gravi scandali politici nella storia della Repubblica Italiana, nel febbraio dell’ 81.

Lo scandalo della P2 ha determinato un notevole appannamento dell’immagine della Massoneria in Italia, costituendo un danno per tutto il variegato movimento massonico italiano e non solo per il Grande Oriente d’Italia, di cui la P2 era parte. Detto questo possiamo tornare ai giorni nostri e all’articolo pubblicato sul Secolo XIX.

L’articolo del Secolo XIX

L’autore rileva come i partiti convincono sempre meno, la religione ha poco appeal sui giovani più ambiziosi, l’associazionismo attira pochino, e in questo vuoto c’è una fede che sta facendo proseliti e conquista sempre più consenso specie tra neo laureati: la Massoneria. È un dato che si registra a livello nazionale e che può suscitare quantomeno interesse e stupore. C’è da chiedersi se il movimento massonico in Italia, dopo la crisi causata dallo scandalo della P2, si stia riprendendo e dove questa possibile “rinascita” possa portare.

A mio parere, il fenomeno non può che essere preoccupante e i dati su questo effettivo aumento di iscrizioni, soprattutto giovanili, devono suonare allarmanti. Si tratta sicuramente di un rifugio, di un tentativo di ripararsi, di sfuggire alle difficoltà che porta questo periodo di crisi e questa generale implosione del sistema, in primis per i giovani. Giovani che, soli di fronte alla società in crisi che non dà loro alcun tipo di prospettiva e sicurezza, cercano uno scappatoia, qualcosa a cui appigliarsi, delle “spintarelle” che solo persone che contano possono dare.

La Massoneria in Italia resta dunque un potere forte, radicato nelle più alte sfere della società e basato su una rete clientelare di spinte e raccomandazioni garantite agli affiliati senza alcun merito. Insomma, si inserisce benissimo nel comune evolversi del panorama italiano, il paese della rete clientelare quasi secolare della Democrazia Cristiana, del Vaticano, delle Mafie, della partitocrazia corrotta e soprattutto della massoneria, che deve essere affrontata come un serio problema. Eppure nessuno ne parla.

Sarà che siamo in Italia, il paese del non vedo-non sento-non parlo?

Svegliamoci!

Francesco

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Riforma dell’articolo 18 St.Lav., a che punto siamo?

Salve a tutti!

Mio chiamo Alessandro e ho 23 anni, la mia opinio è quella di uno studente medio al terzo anno di Giurisprudenza, che legge due volte alla settimana il giornale nazionale e si arrangia con i quotidiani gratuiti che si trovano in metrò tutti i giorni.

Ultimamente ho sentito spesso parlare di questa riforma del lavoro e leggendo un pò di qui e un pò di lì ho cercato di farmi una mia liberis opinio in merito.

Partiamo dai dati normativi:

Art. 18.

Reintegrazione nel posto di lavoro.

[…] il giudice con la sentenza con cui dichiara inefficace il licenziamento ai sensi dell’articolo 2 della predetta legge o annulla il licenziamento intimato senza giusta causa o giustificato motivo, ovvero ne dichiara la nullità a norma della legge stessa, ordina al datore di lavoro, imprenditore e non imprenditore, che in ciascuna sede, stabilimento, filiale, ufficio o reparto autonomo nel quale ha avuto luogo il licenziamento occupa alle sue dipendenze più di quindici prestatori di lavoro o più di cinque se trattasi di imprenditore agricolo, di reintegrare il lavoratore nel posto di lavoro. Tali disposizioni si applicano altresì ai datori di lavoro, imprenditori e non imprenditori, che nell’ambito dello stesso comune occupano più di quindici dipendenti ed alle imprese agricole che nel medesimo ambito territoriale occupano più di cinque dipendenti, anche se ciascuna unità produttiva, singolarmente considerata, non raggiunge tali limiti, e in ogni caso al datore di lavoro, imprenditore e non imprenditore, che occupa alle sue dipendenze più di sessanta prestatori di lavoro. […]

Se vi va di leggervelo tutto vi rimando al link: http://www.altalex.com/index.php?idnot=39728

Detto questo, prima di giungere alle mie conclusioni vorrei commentare il Corriere della Sera di sabato 17 Marzo e, in particolare, gli articoli di Alessandro Trocino (pag.8) e Roberto Bagnoli (pag.9) che, a mio parere, hanno individuato le forze politiche e non che stanno lavorando al così detto “compromesso”.

Scrive Alessandro Trocino: ” Roma – Una riforma che piace poco a Susanna Camusso (segretario generale della CGIL) e a Emma Marcegaglia (presidente di Confindustria). […] consenso dei partiti di maggioranza […] critiche delle parti sociali […] Un cambiamento che va verso il modello tedesco, lasciando l’obbligo di riassunzione solo per i licenziamenti discriminatori”

Da questo articolo si evince lo scontro tra le parti sociali e i partiti di maggioranza, infatti, da una parte il governo Monti si ritrova costretto a varare una riforma sul lavoro, dall’altro le parti sociali temono in una minore tutela che deriverebbe dalla modifica dell’art.18. In particolare Susanna Camusso ritiene che sia necessario “far pagare di più la flessibilità, perchè, se il lavoro deve essere libero, questa mancanza di regole deve essere compensata a partire dal fatto che non paghi il lavoratore autonomo meno di quello con le normali tutele”.

A questi due soggetti si aggiunge, come dicevo prima, Emma Marcegaglia che sostiene una posizione favorevole all’abolizione dell’art.18 che: “è spesso un alibi per dipendenti infedeli e fannulloni” anche se “non vogliamo la sua abolizione totale: rimanga per casi di licenziamento per discriminazione”.

In particolare Roberto Bagnoli nel suo articolo sottolinea come: ” L’altolà all’ultima bozza di proposta formulata dal ministro Elsa Fornero arriva anche dal mondo delle imprese” […] che chiede al ministro di ripristinare la vecchia versione del testo sulla riforma”.

In sostanza l’accordo che l’altro giorno sembrava a portata di mano “ancora non c’è”.

Bene. Alla luce di questi articoli del Corriere della Sera di Sabato 17 Marzo ho capito che la riforma dell’art.18 verrebbe a toccare la disciplina riguardante la reintegrazione del posto di lavoro in caso di licenziamento senza giusta causa.

E mi chiedo: perchè nel nostro Paese più che in altri sono presenti così tanti istituti che permettono a chi commette un illecito di non pagarne le conseguenze? Quali sono le giustificazioni da parte di chi vuole la riforma?

L’unica affermazione che rilevo da parte della controparte Emma Marcegaglia è che l’art.18 “è un alibi per dipendenti infedeli e fannulloni”…a voi le considerazioni.

Ecco quindi che nasce il vero scopo di questo blog (grazie a una discussione con un caro amico del quale spero di farvi presto leggere qualcosa) : spiegare, come se avessimo quattro anni, i problemi attuali ai lettori e, attraverso la discussione con voi, giungere a conclusioni sempre più accurate e precise.

Alessandro

 

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